Un italiano in Australia dirige il più grande acquario sul reef

Date un occhiata al più grande acquario australiano sul Reef http://www.reefhq.com.au/. Lo dirige un biologo italiano. Lo stesso che aveva diretto quello di Cattolica. Un bel salto, direi. A breve la sua storia su questo blog, se e quando riuscirò a staccarlo dagli squali.

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La storia di Gianni, Toronto Roma andata e ritorno

Ha portato con sé la sua Fender Stratocaster e una valigia. Tutto il resto accatastato nella soffitta della casa  in Abruzzo. Quasi a voler dire “tanto torno”. Del resto non sarebbe la prima volta. La tratta Toronto Roma la conosce bene: è uno di quelli che il controesodo lo aveva già fatto, Gianni. Aveva fatto il viaggio al contrario: si era laureato in informatica in Canada e dopo poco aveva deciso di venire a vivere in Italia. “Sono nato a Toronto,  i miei erano emigranti. A Toronto sono cresciuto, ho studiato e lavorato. Parlo sicuramente meglio l’inglese dell’Italiano e qui in Canada ci sono molte persone a cui voglio bene. Il mio cuore però è in Italia. Sarò sincero: se avessi potuto scegliere sarei rimasto lì”.

A Toronto Gianni se la cava bene: vive in un appartamento affacciato sul lago Ontario. C’è una bella passeggiata sul lago e molti locali dove si suona musica live. Il nuovo lavoro lo soddisfa: quando è tornato da Roma ci ha messo 3 o 4 settimane a trovarsi un lavoro. Normale per chi per 4 anni ha lavorato alla Nato.

Quando lo incontrai qualche anno fa era proprio nella base Nato vicino a Caserta. Mi aveva mostrato con orgoglio i certificati che la Nato usa rilasciare al personale per riconoscere la qualità del lavoro svolto. Si chiamano “Letters of commandation”.  Cose tipo: “la Nato si congratula con Gianni per avere completato in sei mesi, con successo, il progetto di sviluppo della nuova rete intranet ”. Ne aveva collezionate 5 o 6 di queste “commandations”. Cose che qui fanno quasi sorridere, ma in Canada o negli Stati Uniti ti permettono di trovare un nuovo lavoro in tre settimane.

Gianni aveva immaginato funzionasse così anche in Italia. Forte della sua esperienza internazionale e delle “raccomandazioni” americane, animato da quello spirito di imprenditorialità tipico della cultura anglosassone, aveva deciso di prendersi qualche rischio in più, lasciando il posto sicuro di programmatore per buttarsi sul mercato del lavoro.

“Mi sono spostato a Roma e in effetti il mio curriculum ha fatto subito effetto: sono entrato in una società che fornisce servizi ad aziende  del calibro di Banca d’Italia, Corte dei Conti, Inps, Telecom. Sembrava interessante. Ho avuto però subito un primo assaggio di come a volta funzionano le cose in Italia: “tu hai lavorato in un ambiente sicuro come la Nato, mi hanno detto,  quindi farai il responsabile della sicurezza informatica”. Poco importava che io non avessi in quel settore alcuna esperienza. Mi sono messo sotto e ho imparato una tecnologia per me completamente nuova”.

Ho incontrato varie volte Gianni in quel periodo e ricordo di averlo trovato immerso nella lettura di manuali mastodontici che respingevano al solo sguardo. Aveva poco tempo anche per la sua chitarra, mentre adesso la suona un paio d’ore quasi tutti i giorni. Grande entusiasmo, ma per la verità in molti lo avevano messo sull’avviso di un pericolo.

“Tutti mi dicevano non lasciare la Nato, hai il posto fisso, ma io non capivo cosa volesse dire posto fisso e ancor meno “Contratto a progetto”. Così mi sono fidato e ho firmato il contratto e senza saperlo sono entrato volontariamente nel mondo dei precari. Adesso ho capito perché per gli italiani il posto fisso è così importante”.

Sì perché in qualche anno Gianni è diventato un esperto di sicurezza informatica, ma quando, con la crisi, la sua azienda ha dovuto tagliare i costi, ha finito per perdere il lavoro e rimettersi in gioco è  diventato così difficile, da portarlo alla difficile scelta di tornare in Canada.

Prima, però, uscito dal mondo protetto della Nato ha fatto a tempo a scoprire tutte le debolezze del nostro sistema: “Il modo di trattare con i clienti era poco professionale: non c’è solo tecnologia, c’è anche la relazione, la credibilità. Pensa che c’era chi al cliente parlava male dell’azienda fornitrice. Come per un concessionario parlare male delle auto che deve vendere”.

E Gianni ha visto anche di peggio: “In un’azienda lo Switch aveva meno banda di un contratto privato di ADSL e forniva 15.000 pc. L’ho scoperto facilmente: i pc erano lentissimi, è bastato scendere in cantina. Il problema non era il sistema che noi fornivamo, ma il fatto che si volesse scegliere un altro fornitore, che probabilmente offriva qualche altro tipo di vantaggio”.

Gianni però non giudica il Canada come l’Eldorado “In Canada sono più pagato ma ho solo 20 giorni tra ferie e malattia. Se prendo il raffreddore e decido di stare a casa uso le mie ferie. Per un malattia seria, invece, (oltre una settimana), c’è la copertura assicurativa (ma i primi 5 giorni sono comunque scalati dalle ferie). Stranamente in Canada si ammalano di meno”.

“Il vero vantaggio che c’è a Toronto e la cosa che può essere stimolante per tanti giovani è il multiculturalismo. Quando incontri qualcuno non sai mai quella che può essere la sua storia e le sue abitudini e per questo c’è un grande rispetto per tutti”.

“E poi in Canada per occuparti di informatica devi essere laureato in informatica. In Italia il mio mestiere lo può fare anche un diplomato alla prima esperienza “tanto impari sul lavoro”. Nella mia azienda il mio lavoro viene valutato settimanalmente e dipende da quello se prenderò il bonus, che per noi vale come una tredicesima”.

In Italia le cose stanno cambiando, sostiene Gianni, ma troppo lentamente. “Fino a quarant’anni sei un giovane, ma è molto prima che bisogna “take the lead” e incidere sulle scelte di chi ci governa. Bisogna smettere di avere pazienza”.

 

Categorie: comunicazione, economia, Italiani fuori
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La storia di Chiara, che a 30 anni ha conquistato Mosca

In questa Mosca invernale dove gli studenti scendono in piazza per sfidare Putin, senza sapere bene quello che cercano, Chiara ha già trovato quello che cercava. In un certo senso è anche lei un cervello in fuga. Mosca è la sua California.

L’ho assunta io, alla Indesit, più o meno 10 anni fa: un talento, che non si accontentava mai. Propensione al rischio: infinita. Ricordo che una volta, perché non invitata a una riunione, annunciò le sue dimissioni. Lo fece varie volte, di solito con tenerezza, più o meno come se facesse il muso a papà. Intanto però, la ragazzina, viaggiava per il mondo. Non ero già più a Fabriano quando venne mandata per nove mesi a Mosca. La città l’aveva già presa: la sua vita notturna, i suoi ritmi frenetici di sviluppo, il fermento di idee.

“Ero affascinata dalla distanza dalla nostra cultura. Mi sembrava sopra le righe in tutto. Vita 24 ore su 24. Finivi di lavorare tardi e poi era tutto aperto 24 ore su 24. La vita qui per me è molto più semplice: prendi la metropolitana anche di notte, in assoluta sicurezza. Io però vivo in centro, dove si concentra quel 10% di popolazione che di fatto possiede la gran parte della ricchezza”.

In nove mesi,  a Mosca, aveva già imparato il russo e conosciuto tutti. “Io volevo rimanere in Russia, ma Indesit mi ha fatto rientrare a Milano”. E questa volta Chiara si è licenziata davvero. Ha lavorato prima in una società finanziaria russa, senza avere alcun background finanziario. Si occupava della clientela vip. Poi è arrivata la crisi della finanza e la sua società è saltata. “Ho capito allora che c’era  un’opportunità. La classe media  a Mosca ancora non c’è, ma c’è un’elite. I nuovi ricchi erano il mio mercato: amano l’Italia, i viaggi e chiedono di tutto, dal personal shopper all’istitutrice per i figli. Quando ti chiedono di realizzare un evento non si pongono mai il problema del budget”.

Chiara ha creato una sua società di servizi di lusso “made in Italy” che fa praticamente di tutto, dagli eventi alla compravendita di immobili. Per farsi un’idea basta andare su www.dasiyes.com (in 3 lingue).

“Il bello qui è che se hai un’idea non ci pensi, la fai e basta e se ti va male ricominci, nessuno ne fa un dramma. Se apri un’agenzia te la cavi con il 6% di tasse (il 15% se scegli di detrarre i costi). E contano più le idee del curriculum: se uno viene qui per fare il cuoco nessuno si stupisce se dopo un po’ si occupa d’arte o di finanza. Naturalmente questo succede perché c’è molta domanda e non sempre c’è abbastanza offerta. Alcune professioni i russi se le sono dovute inventare da zero e poi i russi sono molto aperti ad idee nuove”.

Attenzione, però, le cose in Russia cambiano molto velocemente. La classe media comincia a formarsi e non è difficile trovare bravi manager che prima non c’erano. La domanda interna, a differenza del resto d’Europa, continua a crescere, sostenuta anche dal consumismo sfrenato di ricchi e meno ricchi. “Qui anche chi guadagna 1.500 euro spende tutto per comprarsi vestiti di marca o tablets o fare viaggi. I russi sono molto curiosi, ma anche ossessionati dagli status simbol”.

“Negli ultimi 2 anni stanno fiorendo le start up su Internet e anche i social network come Facebook e Twitter hanno preso piede, daa quando esiste la versione in russo. Anche se i russi se la cavano con l’inglese se tu li vuoi conquistare devi parlare la loro lingua. E infatti fino a poco tempo fa esistevano dei social network russi in russo ma FB non aveva preso piede”.

Adesso invece i russi sono connessi con tutto il resto del mondo e questo, da un lato li rende ancora più vicini a noi, dall’altro vede sfumare ancora di più alcuni loro tratti tipici e piano piano la loro cultura si appiattisce su modelli occidentali. “Sì molte famiglie portano ancora i loro bambini al balletto, ma più frequentemente li portano ai centri commerciali”.

A soffrire però è la maggior parte della popolazione. “Un pensionato può contare su appena 200 euro al mese e non è che gli operai, che sono ancora tantissimi, stiano tanto meglio. La maggioranza dei russi, se potesse, tornerebbe senz’altro al comunismo. Se si va fuori da Mosca sono tutti convinti che si stava meglio prima. Ma queste non sono persone abituate a far cambiare le cose, piuttosto a sopportare. Non sono loro che scendono in piazza per contestare Putin”

Chiara è curiosa e le manifestazioni le è andata a vedere con i suoi occhi. Ormai vive a Mosca da 6 anni, è fidanzata con un russo un po’ più giovane di lei, anche lui imprenditore, e non si è limitata a osservare ha anche ascoltato. “Il rapporto che puoi avere parlando russo è completamente diverso. Entri subito in sintonia. Quello che ho capito è che in piazza  ci vanno gli studenti. Ci vanno perché vogliono esprimersi, come fanno sui social network, ma probabilmente non sanno nemmeno cosa vogliono. A Mosca ci sono 12 milioni di persone. Ne sono scese in piazza 40 mila. Sono andata a vedere le prime manifestazioni, ma avevo l’impressione che si guardassero tutti in faccia chiedendosi cosa fare. Sono più contro Putin che non per qualcun altro. Certo non sono per Procorov (anche lui un oligarca) o Cutrin (ex ministro delle finanze). Navalny è uno che ha un blog contro la corruzione, ma non mi  sembra che neanche lui possa rappresentare né gli studenti, né i russi scontenti, che ripeto, tornerebbero volentieri indietro”.

Chiara però non parla volentieri di politica. Ama Mosca perché le ha permesso di sentirsi libera, di uscire dalla rigidità che il sistema italiano impone. “In Italia se tuo padre è avvocato allora farai l’avvocato, se è portiere difficile che tu lo possa fare”.

“Ho sempre avuto l’idea di aprire qualcosa in Italia”. Chiara dice “qualcosa”. Provate a dirlo alle banche qui a Milano che vuoi aprire qualcosa e vedete se vi prestano un euro.  “Vorrei fare qualcosa, ma è solo un desiderio non una possibilità reale. Alle attuali condizioni non ci penso proprio”.

“Vedo molti miei amici a Salerno e in Italia in generale in che situazione drammatica sono. Devono provare a fare qualcosa. Non aspettare che le cose accadano. Non lamentatevi. Provate in Italia, provate all’estero. Ma provate comunque. Io non mi preoccupo della pensione, non mi preoccupo di comprare una casa, mi preoccupo del mio progetto”.

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